Musica come resistenza e solidarietà
Il cuore del progetto risiede nella collaborazione con due musicisti d’eccezione, uno iraniano e l’altro palestinese, le cui identità restano protette per evitare ritorsioni nei loro paesi d’origine. In contesti dove la musica è spesso etichettata come “Haram” (proibita perché considerata distrazione dal divino) e la voce femminile è vista come “Fitna” (fonte di tentazione), questo album assume una connotazione di libertà pura.
L’impegno di Demegni va oltre lo spartito:
Finalità benefica: I proventi delle vendite saranno devoluti direttamente alle famiglie dei musicisti coinvolti, duramente colpite dalle realtà della guerra.
Messaggio universale: L’obiettivo non è politico né religioso, ma umanitario: riscoprire il dialogo attraverso l’arte, unico vettore capace di superare i confini della tolleranza.
Alchimie sonore: dal Tar al Soul
Registrato negli studi Etralab (tra Gubbio e Gualdo Tadino), l’album fonde le sonorità ancestrali dell’Oud e del Tar (strumenti tradizionali a corda) con le radici della musica afroamericana. Le melodie mediorientali si intrecciano così con:
Swing e Blues
R&B e Soul
Il risultato è un jazz armonicamente sofisticato ma estremamente fruibile, capace di trasportare l’ascoltatore in una dimensione “morbida” e seducente.
L’ascolto di Arabian Jazz Trio evoca atmosfere cinematografiche: tra improvvisazioni pianistiche e temi orientali, sembra di respirare i profumi di spezie e tè alla menta consumati in club lontani. È un ritorno a un jazz narrativo che celebra l’Oriente come luogo di fascino e scoperta, dimostrando quanto, nonostante le distanze geografiche, l’entusiasmo creativo e gli intenti umani siano profondamente simili.
