Sabato 11 luglio, alle ore 11, presso il Museo del Somaro, Centro Arte Contemporanea di Gualdo Tadino, in via Calai 43, si inaugura l’esposizione personale di Remo Giombini “Parata”.

Remo Giombini, di Gualdo Tadino, attivo nel campo dell’arte già dagli anni ’80, partendo dalla fotografia, anche di reportage, ha poi rivolto la sua ricerca artistica verso un’immagine fotografica manipolata da stesure pittoriche diluite, dove il bianco e il nero, o il colore di fondo, raccontano una realtà rivisitata e riconcettualizzata.
La “Parata” di Remo Giombini – spiega il curatore Nello Teodori – è un carosello macabro di dolore, di ingiustizie impersonate dai suoi generali di cui ci sfuggono i contorni, così quando, come in questo caso, nell’interrogarci sulle magnifiche sorti e progressive dell’arte e della pittura in particolare, riscopriamo la matrice dei suoi input nel carosello di una visione concettuale. Come i suoi neri sfumati, nei pigmenti delle carte dai colori del lutto, un alfabeto di lamenti, con l’intensità, la crudezza e l’asperità di un’’idea come risposta al Male. E per meglio interrogarci chiamiamo in causa l’opera di Enrico Baj, giusto il tempo per un duetto senza paragoni. Nella spazialità di Baj, figlio, guarda caso, di due ingegneri, l’artista dedica la sua attenzione e la sua cifra stilistica a personaggi grotteschi, statici, ma in perpetuo movimento immaginifico, per scardinare certe posizioni e prendere le distanze da precise tensioni di quel periodo storico legate alla tradizione e altri movimenti. Come l’Art Brut in Francia e gli spasmi fisici di Francis Bacon in Inghilterra. L’arte vola e sorvola le forme a cui la vita si ancora, per poi riprendere un’altra direzione, un cammino senza tregua, planando poi, così come fa la Musa nel mezzo che è anche aria.
Le distanze, quelle che fanno la differenza, sono in Giombini il suo inno a cui ricondurre la sua distanza essenziale dal rumore di sottofondo, quello sociale, le aberrazioni, la politica, il consumismo più tossico, un immaginario distopico come un paradosso e, nel suo caso, nei personaggi messi in fila per meglio identificarli e identificarsi. Perché nell’insegnamento del modernissimo Pirandello anche la figura della “maschera” ha la funzione di nascondere e nascondersi, così come induce la necessità della finzione.
Il duro cordoglio dei suoi eroi all’arrembaggio della Storia è lo stesso che vince il timore del buio, della notte lunga e pure necessaria, come una selva oscura da attraversare.
E’ ’ un esercizio ostico e difficile quello che Giombini, nelle sue intenzioni affida agli “inquilini” della sua Parata, che non è come quello di un plotone d’esecuzione, ma di riflessione, non induce al gioco e alle sue declinazioni, ma è un altolà per fermare il tempo senza inganno e chiamare a rapporto tutta la meraviglia. Sempre imprevedibile e sconcertante e sempre, ma ancora di più, autentica. La mostra, a cura di Nello Teodori, con un testo critico di Rita Vitali Rosati, è patrocinata dal Comune di Gualdo Tadino e dal Polo museale cittadino.